Set 05, 2022
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Vocabolario di tecniche e materiali_A_AFFRESCO

A_affresco

L’affresco è una tecnica pittorica così detta perché si esegue su intonaco ancora fresco e appena steso, quindi saturo d’acqua.

Si tratta di un tipo di pittura molto durevole nel tempo: il colore viene inglobato nell’intonaco grazie al fenomeno chimico della carbonatazione: la calce contenuta nell’intonaco si lega all’anidride carbonica dell’aria, fissa stabilmente i pigmenti del dipinto dando origine al carbonato di calcio, materiale assai durevole.

Le origini di questa tecnica sono molto antiche, come testimoniano sia Plinio che Vitruvio, veniva già utilizzata nell’antica Roma. In particolare, nel De Architectura, Vitruvio (libro VII, capitolo IV) descrive l’affresco come costituito da diversi strati di intonaco e scrive:

questi colori diligentemente stesi sull’intonaco ancora umido, appunto per questo non si staccano, ma rimangono in eterno, perchè la calce, la quale ha perso tutta la sua umidità nella fornace ed è divenuta porosa, quasi costretta dalla fame assorbe tutta l’umidità con cui si trova a contatto, e con nuove mescolanze attraendo a sè gli elementi dei corpi su cui è stesa e di nuovo solidificandosi insieme con essi e prosciugandosi, si ricostituisce in modo da riprendere le qualità iniziali su proprie
Terentius Neo e la moglie, Pompei. Museo archeologico di Napoli

I latini chiamavano questo semplice principio che sta alla base di questa tecnica pittorica UDO TECTORIO, ovvero a umido.

In epoca tardo repubblicana ed in epoca imperiale, le figure che eseguivano l’affresco erano due: il TECTOR ALBARIUS ed il PICTOR IMAGINARIUS. Il primo realizzava l’intonaco, stendeva le campiture di base ed eseguiva le decorazioni più semplici e ile partiture architettoniche. Il secondo completava l’opera con i figurativi.

Nelle decorazioni catacombali le tecniche di decorazione utilizzate erano una semplificazione della tecnica dell’affresco che oggi conosciamo; in particolare gli strati preparatori di intonaco erano soltanto due, mentre Vitruvio, nel De Architectura, ne prevedeva almeno sei.

Tale semplificazione rimarrà in auge fino al X secolo. L’affresco, in questo periodo, è caratterizzato da un numero ridotto di strati preparatori, dalla stesura degli intonaci per “pontate” e dall’utilizzo della sinopia (disegno preparatorio) solo come linea di definizione degli spazi della decorazione.

Pare che in quel periodo cominciasse anche a diffondersi la pratica di rifinire gli affreschi con delle pitture a secco, una volta che la decorazione fosse stata asciutta. Questa abitudine è molto diffusa nel Medioevo: gli artisti stendevano le grandi campiture di colore quando l’intonaco era ancora fresco, mentre rifinivano i dettagli quando il fondo era già asciutto, stendendo sulla superficie del latte di calce (cosa che portava comunque al fenomeno della carbonatazione, semplificando la tecnica dell’affresco classico e permetteva, però, al maestro di avere più tempo a disposizione per terminare l’opera).

Anche in epoca bizantina l’affresco fu diffusamente utilizzato: sono giunti fino a noi dei manuali in cui si esaltavano le qualità estetiche e la durabilità dell’affresco (Skovran, 1958). In questo periodo si cominciano ad utilizzare dei libri contenenti un catalogo di modelli da seguire, che rendevano scarsamente utile il disegno preparatorio.

Simile alla pittura bizantina è quella romanica e preromanica: sostanziale differenza, tuttavia, è la libertà di invenzione del disegno che non segue più dei canoni prestabiliti e dei libri modelli ed il ritorno all’utilizzo del disegno preparatorio molto dettagliato realizzato tramite incisione. Si passa dal lavorare per “pontate” al lavorare per “giornate”, quindi per porzioni più piccole dal momento che, lavorando con maggiore libertà, sia tematica che figurativa, l’artista dipingeva molto più lentamente. I primi esempi di giornate sono ben visibili nella Crocifissione della Sala capitolare S. Domenico a Pistoia (seconda metà del ‘200) e nelle storie del vecchio e del nuovo testamento nella Basilica Superiore di Assisi. Data la rinnovata complessità del disegno, le finiture ed i dettagli spesso venivano realizzati a tempera e a secco.

In epoca romanica, maestro di questa tecnica è, ovviamente, Giotto.

Giotto, il dono del mantello, 1297-1299, Basilica San Francesco superiore, Assisi

Successivamente, nel ‘300 e nel ‘400, ovvero in epoca rinascimentale, sorge la necessità di rappresentare scene che seguissero i canoni della neonata prospettiva. Si assiste al progressivo scomparire della sinopia come tecnica di preparazione dell’affresco ed al diffondersi dello spolvero come suo sostituto e della tecnica della quadrettatura che permetteva al maestro di affidare parti dell’affresco ai propri allievi.

La tecnica dell’affresco diviene sempre più in disuso a partire dal 1800, con l’avvento del Neoclassicismo.

Andrea Mantegna, Il martirio di San Cristoforo e il trasporto del suo corpo, affresco staccato, 1449-1453. Padova; chiesa degli Eremitani, cappella Ovetari

I COLORI

Per la pittura ad affresco venivano utilizzati colori resistenti alla forte alcalinità della calce e all’alterazione della luce.

Gli antichi utilizzavano i seguenti colori e terre coloranti: Bianco di calce, Ocra naturale, Rosso sinopia, rosso cinabro, terra d’ombra, blu oltremare, azzurro della Magna, terra verde, terra nera e nero di vite.

Il bianco si otteneva mischiano polvere di calce spenta con acqua e lasciandola a bagno per almeno otto giorni. In seguito si impastavano dei panetti con la calce depositata e si facevano seccare all’aria. Più tempo durava questa operazione, tanto migliore era il bianco.

Gli altri colori, invece, venivano realizzati sbriciolando finemente le pietre (tanto più fine era il pigmento quanto più intenso risultava il colore) e unendole all’acqua in un vasetto. (G. Ronchetti)

Le tinte venivano, poi, realizzate, unendo il latte di calce al pigmento puro.

La tonalità della tinta bagnata era di almeno un tono più scura di quanto risultasse una volta stesa: poichè, una volta asciutta, sarebbe stata molto problematica la correzione, era fondamentale che gli artisti possedessero una certa abilità e dimestichezza nella scelta delle cromie, che andava eseguita in modo accurato già in fase di progettazione dell’opera.

(G. Ronchetti)

ESECUZIONE DELL’AFFRESCO

L’esecuzione dell’affresco “classico” è giunta fino a noi grazie alla precisa descrizione che ne fa il Cennini nel suo “Libro dell’arte”, databile intorno al 1437.

La pittura a fresco richiede che il muro sia sano e ben asciutto, poiché la solidità della pittura dipende da quella dell’intonaco stesso. (G. Ronchetti)

Quest’ultimo era costituito da tre strati: RINZAFFO, ARRICCIO, TONACHINO.

Il rinzaffo aveva la funzione di rendere il muro regolare ed omogeneo. Era costituito da calce grassa (ovvero calce spenta che non contiene magnesio o filler carbonatici), sabbia passata al setaccio e ben asciutta, mescolati con acqua. (G. Ronchetti)

Tra le sabbie si preferivano quelle di fiume ad acqua corrente poiché maggiormente lavate e aventi proprietà silicali. (D. Frazzoni)

L’arriccio, ovvero il secondo strato, era più fine e meno rugoso del precedente. Su questo strato, tra il XIV ed il XVI secolo, si comincia a realizzare il disegno preparatorio.

Quali erano i diversi modi per eseguire il disegno preparatorio?

-si disegnava direttamente sull’intonaco ancora fresco con un carboncino nero,

-si eseguiva un disegno in scala reale su di un foglio: tale disegno veniva riportato sul muro utilizzando la tecnica dello spolvero. Le linee del disegno venivano forate con una punta, il foglio veniva poi appoggiato sul muro e, attraverso i fori creati in precedenza, veniva fatto passare un pigmento, ad esempio polvere di carbone o carboncino, contenuto in una garza, che lasciava la traccia dei punti sul muro. I punti venivano uniti, in seguito, con un pennello bagnato, in modo da creare una traccia continua.

-si realizzava il disegno su un foglio di grammatura superiore a quello utilizzato per lo spolvero. Le linee venivano ripassate con uno stiletto metallico, lasciando una piccola incisone sull’intonaco.

Indipendentemente dal metodo utilizzato, una volta terminato il disegno, viene realizzata la Sinopia, ovvero un abbozzo preparatorio dell’affresco disegnato con della terra rossa. Il nome deriva da Sinope in Ponto (Asia Minore) località del mar Nero da cui, secondo Plinio veniva importata la terra rossa utilizzata nel procedimento.

L’ultimo strato, il tonachino o Intonachino, era lo strato su cui veniva applicato il colore. E’ realizzato con sabbia fine, polvere di marmo passata al setaccio e calce. Si trattava di una finitura applicata in più strati fini e che doveva essere tenuta umida per tutta la durata della “giornata”.

Come è già detto, l’affresco è, sicuramente, una pittura molto durevole nel tempo. Tuttavia, si può danneggiare abbastanza rapidamente e le cause possono essere di varia natura: meccaniche, fisiche, chimiche o dovute ad agenti patogeni. La più frequente causa è comunque la presenza di umidità (per risalita capillare, per infiltrazione, ambientale) che innesca i processi di dissoluzione del carbonato di calcio, lo sviluppo di muffe, efflorescenze saline. (A. Fuga)

Ambrogio Lorenzetti, Vergine Annunciata (Annunciazione), dopo 1340, sinopia, San Galgano

BIBLIOGRAFIA:

-Vitruvio, De Architectura

– Cennino Cennini, Il libro dell’arte

– G. Ronchetti, Manuale dell’artista decoratore. Pittura murale, 1922, Hoepli

– A. Fuga, Tecniche e materiali dell’arte, 2004, Electa edizioni

-D. Frazzoni, L’imbianchino. Decoratore-Stuccatore, 1925, Hoepli

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